Nuova Versione

Ho pensato di cambiare radicalmente la pagina di presentazione e, rispetto alla versione precedente, di togliere tutti i riferimenti troppo  e spesso inutilmente personali; l’idea è quella di presentare le opere che hanno ispirato questo blog, e quelle future, parlando del loro significato, della loro storia, magari accanto a qualche aneddoto più o meno simpatico: mi ero stancato all’idea di sbattere in faccia ai lettori i fatti e i problemi personali, tanto li abbiamo tutti. Preferisco che siano le opere a parlare e attraverso di loro scrivere quella che è la condizione di tutti noi, alla ricerca di una “realizzazione” o comprensione dell’esistenza che spesso tarda o mai arriva.

Arianna, sei tu stessa il labirinto

Arianna, sei tu stessa il labirinto

Ecco Arianna, l’opera da cui è nata la realizzazione pratica del libro e dei quadri; una struttura lineare e monocolore, più grafica che pittorica, dalla quale ho preferito iniziare per “testare” le mie effettive possibilità di esecuzione artistiche. “Se non so fare qualcosa di buono con il soggetto più semplice figuriamoci coi quadri più complessi” avevo pensato il giorno in cui ho messo mano ai pennelli la prima volta; il risultato mi ha soddisfatto ed è diventato, oltreché quadro, anche copertina del libro.

“Arianna sei tu stessa il labirinto” è una frase di Nietszche, nella mia storia è il punto in cui il gatto si rende conto finalmente di cos’è la Realtà: tutta la complessità (o complicatezza) che gli pare di vedere “fuori” inizia in qualche modo, e da lì si sviluppa, dalla parte più sensibile e rappresentativa di lui stesso, la coda, area che non aveva mai pensato di considerare in quanto messa “dietro” e quindi in apparenza non rilevante.

In tutte le tradizioni di “Cammino” interiore – anche se la distinzione è solo di comodo e giusto per intendersi “a spanne” – caratteristica peculiare del linguaggio è quella di muoversi per dualismi e generare opposizioni e contraddizioni, strumenti quanto mai precari per muoversi nell’Uno – la rivelazione del “tat tvam asi”, “tu sei Quello” è un po’ il punto di arrivo, se tutto è andato “bene”. Non amo molto la descrizione vedantina delle cose, mi sembra stuzzichi ancora di più il lavorio filosofico e mentale che una pratica corretta dovrebbe invece collocare in una zona più periferica e meno “importante” dell’attività della coscienza -, più che un tattvamasi preferisco qualcosa del tipo “Io e il Padre siamo Uno”, “io e il mondo che credo collocato là fuori siamo parte di un’unica Realtà che è Coscienza, e non c’è altro fra me e il mondo nè al di là”.

Questo quadro/vignetta è a metà, più o meno, di tutta la storia di Amedeo proprio perchè è IL punto di svolta; come avevo già scritto in altri articoli: la storia del gatto è un po’ emblema di quella che ogni uomo e donna viene a vivere su questa terra; nel mio caso una parte della storia è conosciuta ed esperita effettivamente, questo punto rimane ancora “in mente Dei”, un’intuizione o il ricordo di una condizione provata e poi persa, una speranza o peggio una illusione: non sono così sprovveduto da non sapere che il desiderio è un pessimo conduttore per esperienze “interiori” – come lo è in generale del resto, data la sua tipica struttura rivolta a volere e non volere la cosa desiderata – e che finchè rimane quello, la via verso un ulteriore avanzamento è inesorabilmente preclusa; nè, del resto, è possibile fare alcunchè per cacciarlo via dal momento che ogni tentativo in tal senso, oltre a dimostrare che non si è capito molto delle dinamiche coinvolte in questa storia, lo rinforzerebbe ancora di più.